A poco più di un mese dall’entrata in vigore del nuovo limite di 100 euro settimanali per le ricariche in contanti dei conti di gioco online effettuate presso i Punti Vendita Ricariche (PVR), il settore continua a interrogarsi sugli effetti concreti della misura e sulle possibili vie alternative utilizzate dai giocatori. La norma, prevista dal decreto legislativo n. 41/2024 sul riordino del gioco a distanza, è diventata operativa il 13 maggio scorso e punta a rafforzare la tracciabilità dei flussi finanziari e i controlli antiriciclaggio nel comparto del gaming online. PressGiochi ne ha discusso con Francesco Crudo, esperto in antiriciclaggio, digital payments e regolamentazione iGaming.
Il principio alla base della riforma è chiaro: oltre la soglia di 100 euro settimanali, le ricariche devono avvenire attraverso strumenti di pagamento tracciabili e già associati al conto di gioco del cliente. Per garantire il rispetto della disposizione, ADM ha imposto ai concessionari l’adozione di sistemi informatici in grado di bloccare automaticamente le operazioni che superano il limite consentito.
Tuttavia, l’applicazione pratica della norma ha aperto una serie di interrogativi che riguardano non solo il settore del gioco, ma più in generale il mondo dei pagamenti digitali. Sotto la lente sono finiti soprattutto voucher, gift card, wallet digitali e altri strumenti prepagati che negli ultimi anni hanno conosciuto una diffusione capillare ben oltre il comparto dell’iGaming. Oggi questi prodotti sono acquistabili nelle tabaccherie, nei supermercati, nelle grandi catene di elettronica e nei mega-store della distribuzione organizzata, dove vengono utilizzati per effettuare acquisti online, ricaricare servizi digitali, piattaforme di intrattenimento e anche conti di gioco.
PressGiochi ne ha discusso con Francesco Crudo, esperto in antiriciclaggio, digital payments e regolamentazione iGaming.
Quale iter autorizzativo deve rispettare un operatore per offrire titoli nominativi?
“Fondamentalmente deve presentare una sorta di istanza autorizzativa che non è altro che una richiesta in Banca d’Italia per essere iscritto in un apposito elenco. L’iter, tuttavia, non prevede nessuna verifica invasiva da parte di Banca d’Italia: semplicemente l’operatore comunica che offre questo tipo di strumenti e viene inserito in un elenco pubblico che può essere consultato liberamente. L’elenco comprende una serie di operatori molti diversi tra di loro, ad esempio ci sono i soggetti che emettono buoni pasto o buoni carburante, oppure i centri commerciali che offrono giftcard”.
Quindi l’operatore presenta un’istanza che viene automaticamente accettata?
“Sì, assolutamente, non c’è nessun iter autorizzativo di verifica o di controllo sull’emettitore se non a posteriori”.
E non c’è neanche un’Autorità che controlli come operino i soggetti iscritti nell’elenco?
“Esattamente. Il tutto alla fine si riduce a un formalismo. E purtroppo questa è una di quelle aree grigie in cui si inseriscono alcuni soggetti che hanno doppi fini”.
Tra gli strumenti fino a ieri utilizzabili anche nel gioco c’erano le gift-card o i buoni-benzina, che sono ormai pratiche commerciali molto diffuse. Secondo lei, possono essere utilizzate per riciclare denaro?
“Tendenzialmente direi di sì, innanzitutto perché il valore del buono non è limitato. Le grandi catene di distribuzione o i supermercati vendono ricaricare che hanno un taglio massimo di 100-150 euro. Ci sono però anche dei negozi – che magari si rivolgono a clientele di fascia alta – che offrono delle gift-card da 1.500 euro. Il cliente, quindi, può comprare 10 carte, magari suddividendo l’acquisto in più tranches per rimanere al di sotto della soglia di uso del contante. E in questi casi bisogna sottolineare due cose: da un lato, questi esercizi non rientrano tra i soggetti che in base alla normativa antiriciclaggio sono tenuti alla verifica puntuale dell’identità del cliente. E questo vuol dire che non possono fare nessun tipo di segnalazione. Dall’altro, le carte non sono nominative, quindi possono circolare liberamente”.
Quindi, nella normativa antiriciclaggio c’è una zona grigia che non riguarda solo il gioco?
“Sì, anche per questo si sta valutando di limitare quantomeno gli importi”.
Nel caso del gioco, però, gli operatori sono tenuti a rispettare la normativa antiriciclaggio, e del resto la norma del limite dei 100 euro richiama a più riprese il decreto legislativo 231 del 2007…
“Sì, assolutamente. Il problema però è che il denaro segue un percorso differente. Nel momento in cui il cliente acquista la card, instaura un rapporto con un soggetto finanziario che deve trasformare il denaro contante in denaro digitale. Con quell’operazione, tuttavia, il denaro non viene digitalizzato, e soprattutto non viene reso tracciabile. C’è infatti un secondo passaggio che si concretizza quando il voucher viene usato per ricaricare il conto di gioco. L’operatore di gioco può accettare solo strumenti tracciabili se si supera il limite dei 100 euro a settimana, e c’è un forte disaccordo sul fatto che il voucher sia uno strumento tracciabile. Su questo serve un chiarimento da parte delle Autorità preposte”.
Peraltro, i Pvr non vendono solamente le ricariche dei conti di gioco, ma anche altri servizi. E se si consente di usare lo stesso voucher per ricaricare le pay-tv, il telefono e il conto di gioco, diventa molto più difficile far rispettare il limite dei 100 euro…
“Certo, diventa pressoché impossibile. Qui si introduce un altro tema: questi strumenti dovrebbero essere a spendibilità limitata, ovvero la card dovrebbe servire solo a ricaricare la pay-tv, o a acquistare beni in una specifica catena. Adesso però ci sono delle card che consentono di accedere a dei marketplaces dove operano una pluralità di soggetti. La spendibilità a questo punto non è più limitata. Ma tornando al gioco, si sta valutando di rendere i voucher dei titoli nominativi con il codice fiscale del titolare. Anche in questo caso però ci sono tutta una serie di buchi, a iniziare dal fatto che il titolare del Pvr non sarebbe titolato a chiedere il codice fiscale al giocatore”.
Perché?
“Dipende sempre da quale percorso segue il denaro. Se il giocatore sta usando del contante per ricaricare il conto, il Pvr è tenuto a identificarlo, perché si sta muovendo nel proprio campo di attività. Nel momento in cui il Pvr ricopre un altro ruolo, che è quello di sportello dell’operatore finanziario, è semplicemente un punto che vende una scratch-card. Il giocatore potrebbe rifiutarsi, ma è probabile che a quel punto la vicenda si chiuda con una pattuizione tra le parti: se il giocatore vuole ricaricare il conto, si adatta a dare il codice fiscale e a farsi identificare”.
Gioel Rigido – PressGiochi


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